INDICAZIONI (le indicazioni puntano verso il mare aperto)
CASBAH ART PRODUCTION
PEGOGNAGA (MN), DICEMBRE 1996

Testo di Giovanni Galafassi




Non so esattamente a che titolo sto scrivendo: come critico d'arte sarebbe abuso di professione in quanto non lo sono; come intenditore d'arte sarebbe altrettanto millantatorio. Diciamo che scrivo in qualità di osservatore, cioè di colui che guarda.
L'occhio (non a caso è il logo della Casbah Art) è l'organo con cui si osserva, è il ricettore con cui le arti visive vengono percepite. L'occhio puņ essere attivo o passivo, acceso o spento; grazie ad esso l'immagine si fissa sulla retina e quindi si condensa in corrente elettrica per il nostro cervello. Ecco: occhio e cervello, i termini di infiniti rebus che le arti visive propongono. Tra questi due termini è racchiuso l'enigma dell'arte.
Se l'estetica ci fornisce la definizione di opera d'arte come processo continuo in divenire, come se mantizzazione e risemantizzazione dell'oggetto opera d'arte, a sua volta l'opera d'arte ci fornisce l'occasione di vivere l'esperienza della luce che, prima di condensarsi in impulso elettrico, rimane sospesa nell'occhio, lo sollecita ed infine lo seduce. E' questo un evento quasi fisiologico ma, come tale, non è esperibile sensorialmente. Se infatti staccassi la spina cioè la retina, non vedrei nulla; certo l'immagine sarebbe libera di galleggiare, riflettersi, rifrangersi nel cristallino, ma non vedrei nulla. Tutto ciņ infatti avviene inconsapevolmente.
Ecco i lavori di Paola Sabatti Bassini, le immagini che questa giovane artista ci propone in questa mostra/evento per Casbah Art sono lì per ricordarci questo percorso percettivo. Sono simulazioni di ciņ che la retina elabora. Brani, frammenti, che l'abilità dell'artista ha fissato, del misterioso gioco che avviene tra cervello ed occhio, quando quest'ultimo è penetrato da un oggetto artistico.
Ciņ che si osserva nei lavori di Paola Sabatti Bassini è il tentativo di ridurre la magia del bello in un fatto di consapevolezza artistica, un atto di volontà. Ciņ che seduce non è il mistero sotteso alla presenza del bello, ma la complessità implicita al riconoscimento dell'oggetto artistico.