PROGETTO ORESTE UNO
Un programma di residenza per artisti
presso la Foresteria Comunale di Paliano
1-28 Luglio 1998

I libri di Zerynthia, edizioni Charta, 1999




[estratto del testo, pagg. 113,114,115]



SERVIZIO D'ARTE

Paola Sabatti Bassini



Difficile stabilire i termini d'arte come servizio, premessa la difficoltà di capire a che cosa l'arte stessa serve. "Fare l'artista", o "esserlo", è spesso la risposta imbarazzante che ciascuno nella condizione ambigua di "artista" si è trovato a dover sostenere. Non è un problema di recriminazioni, forse è soltanto il falso problema di chi fatica a farsi riconoscere. Ora, accantonando per un attimo l'idea di reperire collezionisti disposti a riconoscerlo, l'artista avrebbe la possibilità di cercare di far aderire la propria storia individuale a qualcosa di spendibile in altri termini, qualcosa che potrebbe essere pensato in senso più ampio. La riconoscibilità del gesto artistico deve dunque essere sostenuta dalla sua riconoscibilità in qualcos'altro?
Arduo il compito per un'arte che ha perso i contatti con il pubblico che subodora inganno nell'ambiguità linguistica propria dell'arte contemporanea. Il riconoscimento economico, misura del successo, è l'unico modo di essere riconosciuti socialmente, nel senso che il corrispettivo in danaro che qualcuno è disposto a versare come controvalore dell'opera o del servizio artistico, misura il valore sociale dell'arte stessa.
Quello che qui mi preme sottolineare non è tanto una lamentata assenza d'attenzione, ma ragionare attorno al perché l'operare artistico non riesce ad assumere una valenza collettiva, ed a farsi riconoscere come partecipante ad un raggio d'interessi più ampio che non sia la produzione di un qualche oggetto estetico da appendersi in casa. Come a dire, se l'arte non serve per arredare negozi, abbellire case, impreziosire cerimoniali, incantare masse, a che serve? E' come se l'atto artistico fosse direttamente collegato al suo uso/abuso estetico e non contenesse la forza catartica per innescare una comunicazione più vasta. Come un peccatuccio da consumarsi dentro le pareti domestiche. Mi rifiuto di credere che sia così.
Se il lavoro dell'artista resta bloccato in un'individualità d'intenti oltre che di modi, è inevitabile la sua esclusione sociale. Agire collettivamente non significa perdita d'identità a tutti i costi, anzi, l'operare di ciascuno nella propria caratterizzazione individuale deve essere preciso, l'indagine la più lucida possibile perché l'ambiguo dell'arte non sia colto come ambiguità d'intendimenti. Credo si debba avere anche un po' di coraggio a rischiare di sporcarsi le mani con situazioni che esulano dall'artistico in senso stretto, per gettare uno sguardo verso possibili connessioni socialmente "comprensibili" - anche se non necessariamente "utili" - perché l'esistenza dell'arte è possibile solo in una società che ammette una catarsi artistica nelle sue pratiche sociali. Il privilegio di sentirsi artista porta spesso il peso del non riuscire a farsi sentire.
Non trovo rivelazioni apodittiche nelle pratiche d'arte contemporanea, tali da portare a credere in un privilegio intrinseco che "da sé" sia portatore di valori condivisibili. Il pensiero di "arte come prodigio" mi sembra, purtroppo, oggi inattuabile. I piccoli prodigi si producono piuttosto nello spostamento verso condizioni più favorevoli a riconoscere all'arte una collocazione all'interno di un contesto, che non abbia tuttavia come intento quello di sostenere l'idea politico/economica dominante. Sta anche agli artisti individuare quali possono essere i mezzi in termini di controvalore sociale, sta agli artisti affermare e difendere l'esistenza di una preziosità sociale dell'arte, spendibile appunto in senso collettivo. Paradossalmente l'arte contemporanea, nonostante il suo carattere linguistico da "torre d'avorio", permette di agire sul territorio in modo molto flessibile. Il compito della critica militante, mi sembra ormai chiaro, dovrebbe propendere a vantaggio di progetti che tendano a ripensare l'arte anche in termini di "applicazione dell'arte" (non soltanto quando ci si riferisce all'arte applicata).
La semplicità con cui ho impostato il discorso nasconde la complessità da cui prende le mosse tutto un sistema di strutturazione dell'arte come manufatto artistico riconoscibile in termini di scambio mercantilistico, in prodotti piuttosto che atteggiamenti. La salvaguardia di un sistema di rapporti congelati dal percorso autore-manufatto-venditore-compratore, non suggerisce modi d'intendere l'arte come atto socialmente spendibile, catalizzatore di conoscenza, se non, come accennavo più sopra, a vantaggio di un sistema economico che prenda soltanto in considerazione il valore comunicativo dell'arte secondo la sua valenza di "persuasore estetico".
L'arte come atto socialmente condivisibile deve tuttavia salvaguardare la sua indipendenza, la sua "idealità", il che implica anche un certo margine di fallimento. Ritengo, anzi, che un certo grado di "perdita di senso" nei confronti delle aspettative sia necessario a distinguere la pratica artistica dalla semplice comunicazione a scopo persuasivo. Dico questo perché, spesso, ragionando intorno ad interventi artistici sul territorio, si è portati (o si viene portati) a tirare le somme in termini di "successo di pubblico", valutato come compromesso che stabilisce quanto meno dei termini "misurabili" di valore. Mettere in conto l'imprevisto, viceversa, fa parte di una relazione attiva, che ritengo parte viva della pratica artistica. Penso ad alcuni atteggiamenti: l'intendere l'arte come "evento", atto in divenire, cardine sul quale altri accadimenti prendono inizio, cessione di atto individuale, propensione agli spostamenti minimi dell'angolo all'origine. Su questi presupposti si può pensare di fare arte in senso collettivo, di "innervare" il tessuto sociale con stimoli che non si limitino allo scopo, che non vogliano sempre tradurre la qualità dell'arte in moneta o in numeri.
Mi è parso, durante la mia permanenza a Paliano, di cogliere anche in altri artisti il desiderio di tale spostamento, attraverso un ricorrente uso di termini come "comunicazione", "rapporto", "relazione". Quanto meno ci s'interroga intorno a queste possibilità, anche se spesso ancora solo in termini linguistici. È pur sempre sintomo, comunque, di un'intenzione.