Cosa posso riconoscere?
Un tentativo della mia curiosa difficoltà di mettere a fuoco le cose fa sì che io cerchi di definirle
attraverso dei limiti, attraverso ciņ che io credo di riconoscere e, nonostante me ne sfugga di continuo il senso,
credo di poterne delineare l'apparenza secondo contorni che possano almeno suggerirne il significato.
Disegno soprattutto persone perché è soprattutto guardando gli altri che percepisco la sfocatura.
Eludere le cose, cercare di raggiungerle.
Come ridefinire ciņ che si puņ solo cogliere?
Come circoscrivere con contorni per definire (tentare di definire) ciņ che appare?
Essere all'altezza dei propri desideri ha qualcosa a che fare con la capacità di delineare porzioni di tutto quanto sembra esistere?
Se chi mi guarda ha la capacità di aggiungere valore alla mia esistenza, come sfuggire alla pretesa messa in forma di se stessi nello sguardo degli altri?
Spesso il mio sguardo è confuso, così i miei atti. L'attenzione mi s'incastra negli interstizi delle cose. Quel segno che contorna e pretende
di definire spazi è il tentativo di un atto di volontà?
Non colgo che macchie, mi affanno sui contorni.
Io porto gli occhiali perché sono miope (quando me li levo non posso distinguere chiaramente neppure il suo viso, che amo).
La correzione delle lenti mi dà la possibilità di fare un sacco di cose:
guardare, osservare, riconoscere. Insomma, avere una certa illusione di saper mettere a fuoco la realtà.
Ma se mi tolgo gli occhiali, tolgo la pelle, percepisco ombre, talvolta profumi, talvolta suoni, talvolta ricordi.
Non riuscire a riconoscere le cose offre la possibilità dell'incertezza, della sua interpretazione.
D'altra parte, ciņ che non si riconosce puņ essere collocato altrove, nei luoghi dell'immaginazione o della memoria.
Definire la realtà è tentare di comprenderla?
Tentare di definirla per sempre con una traccia, potrà giovare alla sua comprensione?
Il contorno, nella sua eccedenza di senso, sfugge anche a chi lo traccia. Disegnare non è rilevare, è una delle
possibili messe in forma come pensiero dell'esistente, come fatto riconoscibile.
Ho demandato allo sguardo il piacere di pensare, di creare associazioni; all'illusione quello di sentire, di scoprire relazioni,
e con svariate possibilità di significato del meraviglioso inganno.
Essere soggetti a sfocatura.
L'immaginazione gioca brutti scherzi, puņ sfumare le cose distinte, definire le sfocature e talvolta alterare il senso invertendo
i termini di relazione: nero su bianco, traccia (delle cose); bianco su nero, solco (tra le cose).
La permeabilità degli accadimenti mette in forma (e in forse) la definizione stessa delle cose, non soltanto nel loro divenire,
ma anche come dato di fatto. Anzi, la fattualità stessa viene messa in discussione così profondamente che ci si puņ anche domandare di che
sostanza è il mondo. La sua assenza, come dato percettivo, offre la possibilità di cercarne una definizione concretamente astratta
attraverso l'atto di disegnare per contorni.
Il risultato? Lo sguardo simulato e creduto così vero da potersi proporre come sostituzione, risultato di un'attitudine ad ingannarsi
durante una specie di stato di grazia (non certamente salvifico) ereditato dalla propria strampalata infanzia a corrente alternata.
Occhi. Capelli. Bocca. Un incontro. Sorride? Sembra triste. Saranno amici. Li riconosco? Che sguardo! Di chi è? Chi è?
Per distinguere uso lo scandaglio. Del resto, è pura immaginazione.
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